Per accompagnarci nella riflessione di questi ultimi giorni di Avvento, propongo un articolo di fratel Enzo Bianchi pubblicato su La
stampa dell'11 dicembre 2011... a voi i commenti ...
Sacrifici,
segnali d’amore
Da anni, su
queste colonne mi è parso doveroso e responsabile denunciare l’imbarbarimento e
la crisi verso la quale andava la nostra società, dapprima a piccoli, poi a
grandi passi.
Nel frattempo è sopraggiunta la “crisi” economica – prima
sottovalutata, poi tenuta nascosta o negata, infine esplosa in tutta la sua
pesantezza – che però si è scoperta essere anche crisi etica, culturale. Il
salmo 49, con la sua sapienza accumulata nei secoli, sottolinea come “l’uomo
nel benessere non capisce, è come un animale...”.
Solo ora, ci
stiamo incamminando verso la presa di coscienza che non è più possibile
proseguire sulla strada percorsa nell’ultimo ventennio, che la mancanza di
eguaglianza e di giustizia rende la nostra vita – che resta sempre “vita
comune”, non foss’altro perché vissuta su una stessa terra – più difficile,
meno sicura, più conflittuale, più barbara. Ci stiamo rendendo conto che il
vivere con il mito idolatrico del “tutto
e subito”, del “tutto ciò che è tecnicamente possibile va fatto” non ci
garantisce un futuro buono, che il pensare solo all’oggi, solo a noi stessi
come individui impoverisce la terra
e fa aumentare il deserto, ci rende incapaci di lasciare alle nuove generazioni
una “eredità” nel vero e nobile senso del termine.
Tuttavia oggi
ci sembra di poter dire con convinzione, anche se senza alzare la voce, che si
intravedono segni di speranza. Una
speranza sostenuta da nuovi governanti che danno segni di voler essere
“politici” nel vero senso della parola: uomini e donne al servizio della polis, della società con lo stile di
chi, consapevole della sua responsabilità, non ostenta, non vuole apparire e
cerca di parlare con parresia, con franchezza e sincerità, perseguendo il bene
comune.
È in questo
contesto che, nella comunicazione viva e fatta con tutta la sua persona da
parte del ministro del Lavoro, abbiamo colto la verità della parola “sacrificio”: una commozione che ben ne
ha mostrato la fatica, il costo, la necessità e la verità. Da tempo, per lo
meno nel mondo occidentale, “sacrificio” non ha più l’accezione legata alla sua
etimologia di impronta religiosa: “sacrum
facere”, “rendere sacro” un oggetto o una realtà spostandola dalla
dimensione profana a quella appartenente al divino attraverso un rito o un
insieme di gesti che arrivavano fino all’offerta – “sacrificale”, appunto – di
una vittima per ingraziarsi gli dèi o placarne l’ira. Il “capro espiatorio”,
così finemente analizzato anche nella sua dimensione fondativa di una cultura,
ha lasciato il posto a “sacrifici” meno cruenti ma più quotidiani, legati
comunque alla faticosa ricerca di una vita “migliore”.
Così la mia
generazione, cresciuta in un’epoca ancora di cristianità, è stata educata
umanamente e cristianamente a “fare sacrifici”: privarci di alcune cose,
rinunciare ad altre, accontentarci di quello che c’era... Del resto, negli anni
dell’immediato dopoguerra, in cui molti vivevano in condizione di fame e
miseria, “fare sacrifici” per molti non era un’opzione, ma la condizione
toccata loro in sorte. Ma quell’invito ossessionante alla privazione, sovente
svuotato di ogni motivazione e slegato dalla possibilità di vederne i frutti,
creò di fatto una reazione di rigetto: nessuno
volle più sentir parlare di sacrifici, né tanto meno continuare a farli,
soprattutto nell’ora del boom economico.
In questo
senso la mia generazione ha una
responsabilità nella mancata trasmissione alle generazioni successive del
valore del sacrificio. E oggi, incapaci come siamo stati di comunicare la
valenza umanizzante dello sforzo e della rinuncia, ci ritroviamo tutti in una
cultura impossibilitata a intravedere un orizzonte di bene comune e di
speranza, abbiamo assistito al rarefarsi di persone pronte a dedicare tempo,
mezzi, energie, beni per una maggiore umanizzazione, per la crescita di una
convivenza pacifica, per l’affermazione di valori e principi degni dell’uomo o,
ancor più semplicemente, per preparare un futuro migliore per i propri figli.
Mancanza davvero grave, perché il
sacrificio è una co sa seria:
significa privarsi di un bene, astenersi da una possibilità in vista di un bene
più grande che, se è tale, riguarda tutti, concerne la communitas e non il mio interesse personale. Spendere le proprie
energie, fino al gesto estremo di sacrificare la vita stessa è possibile e doveroso
se con quel sacrificio si ottiene giustizia, pace, libertà: quanti uomini e
donne nella storia hanno sacrificato tempo, risorse, affetti per la
realizzazione di ideali e per sconfiggere l’ingiustizia a beneficio di tutti.
Ma riscoprire il significato fecondo del
sacrificio richiede un discernimento su azioni e comportamenti che da tempo
abbiamo rinunciato a esercitare, assumendo senza alcuna criticità quello che il
consumo, il mercato e la propaganda ci presentavano come stile di vita
“normale”.
Così non
sappiamo più distinguere tra necessario
e superfluo, né riusciamo a mettere ordine nel nostro universo mentale e
comportamentale tra bisogni, desideri,
voglie, sogni e capricci. Si è come smarrita
ogni scala di priorità: tutto pare sullo stesso piano, perché tutto attiene
in positivo o in negativo al suo impatto sulle nostre sensazioni immediate. Noi
abbiamo smarrito il senso della communitas
tra contemporanei come di quella che ci lega con responsabilità alle
generazioni future: vogliamo leggere, definire, vivere e consumare il nostro
orizzonte limitandolo a un “io” narcisistico e prepotente o a un “noi”
ristretto e fissato dal nostro vantaggio e non dalla realtà della polis.
Credo che questo smarrimento
culturale ed etico abbia profondamente a che fare con l’affievolirsi del
“senso” attribuibile ai “sacrifici”: se non ci sono principi condivisi, se non
c’è un fine superiore alla momentanea soddisfazione personale, se non si
percepisce alcun legame tra generazioni né responsabilità verso il futuro della
collettività, sarà ben difficile rinunciare spontaneamente a qualcosa o aderire
con convinzione a una rinuncia imposta dalle circostanze avverse. Se manca un
orizzonte condiviso, se ogni atteggiamento è eticamente indifferente, se
pretendiamo come diritto tutto ciò che è tecnicamente o economicamente
possibile, allora ci troveremo impotenti di fronte a ogni avversità, le
subiremo come catastrofi ineluttabili e cercheremo di sottrarci ad esse senza
gli altri o addirittura contro di loro. Il sacrificio amputato della
solidarietà, la rinuncia svuotata della speranza, il prezzo da pagare
dissociato dal valore del bene da acquisire diventano insopportabili: nella communitas, infatti, il sacrificio è
il debito che io liberamente assumo verso l’altro, altrimenti la communitas stessa cessa di esistere.
Solo un ideale altro e alto, la speranza di
contribuire a un mondo migliore di quello che abbiamo conosciuto, la
preoccupazione per il benessere di chi verrà dopo di noi, la solidarietà con
chi, vicino o lontano da noi, non può accedere a beni essenziali che noi non ci
rendiamo nemmeno più conto di possedere può spingerci non solo ad accettare i
sacrifici ma ad affrontarli con consapevolezza e convinzione: quanti tra coloro
che ci hanno preceduto avrebbero affrontato le difficoltà della vita se non
avessero sperato di offrirci una condizione migliore? Perché il risultato del
sacrificio non è il poterne fare finalmente a meno, bensì l’affermare con la
propria vita quotidiana che un altro mondo è possibile, che l’uomo non è nemico
dell’uomo e che vi sono principi di equità, di giustizia, di pace, di
solidarietà che vale la pena vivere a qualunque prezzo: in fondo, il valore di
ogni nostro desiderio è il prezzo che siamo disposti a pagare per raggiungerlo.
Davvero il sacrificio è iscritto nell’amore,
perché nelle storie d’amore sempre accade che per il bene dell’altro io devo
rinunciare a qualcosa che è solo a mio vantaggio, secondo il mio desiderio o
capriccio. Allora, anche se il nostro
faticoso lavorare il campo della vita non dovesse essere coronato dai frutti,
ci resterà almeno la soddisfazione di aver dissodato il terreno perché altri,
cui siamo legati dalla comune umanità, potranno trovarvi nutrimento e gioia.
Enzo Bianchi
Nessun commento:
Posta un commento