LE PAROLE INSEGNANO, GLI ESEMPI TRASCINANO. SOLO I FATTI DANNO CREDIBILITA' ALLE PAROLE. (S. Agostino)
22 dicembre 2011
NATALE 2011: piedi, mani, occhi e ... cuore!
Squilla il cellulare. Mia nipote. Rispondo. “Ciao zio, sto preparando il questionario dell’Istat per casa, ma questi vogliono sapere un sacco di cose ... ” Che posso fare? Nulla, se non mettermi tranquillamente seduto e collaborare!
“Gli occhi sono lo specchio dell’anima”, dice qualcuno, allora quelli di Maria devono essere stati straordinariamente stupenti!
Un bambino cresciuto in un ventre di donna. Accolto da mani d’uomo semplice e laborioso.
Nasce in un posto sconosciuto agli occhi degli uomini, ma illuminato da quelli fecondi della mamma.
Ecco il nostro Dio!
Un bambino dal suo delicato vagire e da un sorriso che trasforma la vita.
Mentre rispondo, penso a quell’anonimo araldo romano a cavallo, sceso da Gerusalemme “in una città della Galilea di nome Nàzaret” ad annunciare l’ordine dell’imperatore Cesare Augusto che aveva indetto un nuovo censimento.
Ogni tanto, le autorità decretavano la realizzazione di censimenti nelle regioni del loro vasto impero. Servivano per registrare la popolazione e sapere quanto ogni persona doveva pagare di tasse. I ricchi pagavano l´imposta della terra e dei beni che possedevano. I poveri pagavano per il numero di figli. A volte la tassa superava il 50% del reddito delle persone.
Posso immaginare la rabbia della gente, semplice e povera, nel dover soccombere al desiderio dei potenti.
Non credo che neanche Giuseppe fosse esente da tale legittimo sentimento, tanto più che lui, discendente di un antico casato blasonato della discendenza di Davide, doveva andare a registrarsi a Betllemme!
Betlemme non era proprio fuori dalla porta di casa, bensi a più di 100 km a sud, nella regione della Giudea.
Giuseppe era preoccupato dello stato di salute della sua dolce Maria, ma non aveva alternativa, doveva partire e non poteva farlo da solo.
Raccolte le poche cose utili, fatta salire Maria con il suo bel pancione sull’asino, partono!
Il viaggio, con le sue continue difficoltà e insidie, sicuramente non ha favorito gli ultimi giorni di gravidanza della giovane madre. Superata Gerusalemme arrivano a Betlemme e ... anche pure le doglie.
Il tempo stringe, ma un alloggio non si trova. Forse si saranno anche sentiti dire “chi tardi arriva, male alloggia”. Il guaio è che, non è che alloggino male ma non lo trovano proprio!
Nel suo Vangelo, Luca liquida questo aspetto quasi in modo sbrigativo “per loro non c’era posto nell’alloggio”. Sembra quasi che Gesù per venire al mondo, non conosce la corsia preferenziale.
Sicuramente un’animo generoso impietositosi dei due, offre loro un riparo in quella che oggi potrebbe essere definita la casetta di campagna, dove trovano riparo gli attrezzi per i campi e gli animali.
Mentre Maria si contorceva nel dolore più antico del mondo, foriero comunque di vita, Giuseppe prega e alza gli occhi al cielo. Si accorge di una stella più luminosa delle altre e, solo allora si ricorda che è la stessa che luceva nelle lunghe notti insonni dei giorni precedenti, facendo capolino ai suoi pensieri.
In preda al panico, Giuseppe chiede al cielo di assisterlo. Mai avrebbe pensato di doversi improvvisare ostetrico. In quella situazione così precaria, tra l’altro!
Maria tra sudore, dolore e apprensione ormai è pronta a far vedere la luce a quel bambino gelosamente custodito nel grembo per lunghi nove mesi.
Sistemato un telo, dopo aver cercato dell’acqua, Giuseppe è li ai piedi di Maria.
Il bambino Gesù esce dallo scrigno preziozo del grembo materno e fa sentire subito il suo primo vagito! La terra ode la voce di Dio!
Il bambino-Dio apre i suoi occhietti e la prima cosa che vede sono le grandi mani di Giuseppe che lo accoglie. Mani sudate e tremolanti, data la gravità del momento. Le mani assuefatte a gesti duri e precisi di un lavoro pesante, ora diventano la prima culla accogliente del Dio in terra.
Eccolo lì l’Emmanuele, il Dio con noi, accolto da paterne mani terrene e delicatamente offerto alle mani e braccia della madre. Lei ancora avvolta dagli ultimi residui del dolore, riscopre il sorriso e come d’incanto tutto sembra più leggero e piacevole.
Gesù, avvolto dal calore della mamma, apre i suoi occhietti e, dopo aver visto le grandi mani del papà, incontra ora la dolcezza degli occhi della mamma.
Un incrocio di sguardi che per più di trent’anni saranno forieri di profonda intesa e scambio d’amore.
Gli occhi di Maria diventano luminosi al vedere lo splendore del suo bambino.
Qui è proprio di splendore che si tratta, la bellezza racchiusa nei cieli da sempre, è scesa finalmente sulla terra.
Un buon napoletano direbbe “Ogne scarrafone è bell’a mamma soja” (Ogni bambino è bello agli occhi della mamma), ma qui ci troviamo di fronte sicuramente ad una bellezza che non ha eguali.
La bellezza di questo bambino è tutto ciò che esso racchiude, il suo esserer Dio!
Gesù, accolto dalle incallite mani di Giuseppe, delicatamente posto nel grembo di Maria, ora riceve vita piena anche dallo sguardo penetrante di un’adolescente diventata Madre.
“Gli occhi sono lo specchio dell’anima”, dice qualcuno, allora quelli di Maria devono essere stati straordinariamente stupenti!
Le contrazioni al volto per le doglie del parto, lasciano il posto ai lineamenti dolci di quella donna che ora regala ai suoi uomini, orgogliosamente, un dolce sorriso.
Il sorriso che annienta il dolore, la fatica, la paura... Il sorriso che dimentica il male e favorisce la pace, la concordia, l’armonia.
“Donare un sorriso
rende felice il cuore:
arricchisce lo riceve
senza impoverire chi lo dona.
Non dura che un istante
ma il suo ricordo rimane a lungo.
Nessuno è così ricco
da non poterne fare a meno
nè così povero da non poterlo donare.
dà sostegno nel lavoro
ed è segno tangibile d’amicizia.
Un sorriso dona sollievo a chi è stanco,
rinnova il coraggio nelle prove
e nella tristezza è medicina.
E se incontri chi non te lo offre,
sii genereso e porgigli il tuo:
nessuno ha tanto bisogno di un sorriso
come colui che non sa darlo.”
Ecco il nostro Dio!Un bambino cresciuto in un ventre di donna. Accolto da mani d’uomo semplice e laborioso.
Nasce in un posto sconosciuto agli occhi degli uomini, ma illuminato da quelli fecondi della mamma.
Ecco il nostro Dio!
Un bambino dal suo delicato vagire e da un sorriso che trasforma la vita.
Ecco il nostro Dio!
Un bambino che chiede di nascere in noi.
Che cerca le nostre mani, i nostri occhi e il nostro sorriso.
Ecco il nostro Dio!
Se all’inizio dell’Avvento parlavamo dell’importanza dei piedi per andare, ora possiamo essere giunti al luogo indicato dalla stella.
Sta a noi collocarci al posto giusto. Lui viene!
Sta a noi collocarci al posto giusto. Lui viene!
e... tutto non sarà più come prima.
18 dicembre 2011
Quando manca l'energia elettrica...
Venerdì 16 dicembre. Apro gli occhi, è giorno, ma la radiosveglia non ha dato nessun segno di vita e ancora non segna l’ora. Cerco di accendere la luce e, sorpresa, non c’è energia elettrica! Dopo le verifiche di rito vengo a sapere da un paio di telefonate che tutto tornerà alla normalità verso sera! … Ahiò, una giornata senza “luce”.
Fin qua niente male, ne approfitto per leggere e scrivere, ma – ahimè – il computer è scarico, il riscaldamento non funziona, l’acqua non può essere pompata, il cellulare ha la batteria scarica e, il cancello non si può aprire! Fuori, nuvoloni neri danzano nel cielo impendendo anche un minimo di luce accettabile in casa.
Sembra banale, ma vale il detto che quando una cosa ti manca ne comprendi il valore!
Prigioniero in casa, decido di andare al ristorante di amici dove, grazie al gruppo elettrogeno tutto sembra normale. Zaino in spalla e … nel chilometro di cammino sulla statale che mi divide da loro, deve fare i conti con i bolidi che sfrecciano a pochi centimetri da me.
Penso a come si viveva anni fa quando non c’era la pressoché totale dipendenza dall’energia elettrica e a come si poteva vivere senza “la luce”, come comunemente chiamiamo la preziosa energia.
A segnare l’inesorabile andare della vita, come una preziosa clessidra, erano le azioni quotidiane volte a garantire una dignitosa e sobria sussistenza. Tutto era consequenziale e aveva il sapore di una sacra ritualità.
Il canto del gallo apriva la scena al nuovo giorno, quando il sole fa capolino per riscaldare e illuminare il mondo. Mentre a far spazio alle tenebre della notte, ci pensava lo stridire di qualche civetta dal bosco o il bubolare di un gufo … per molti, premonitore di disgrazie o eventi tristi e luttuosi.
Era l’ora del "filò", dello stare insieme, magari al caldo della stalla, tra racconti e preghiere. Quest’ultime venivano intensificate se la civetta o il gufo insistevano nel farsi sentire.
Mentre, aperto il rubinetto, mi accorgo che l’acqua piano piano diminuisce fino a sparire, rivedo, come ripescato dalla memoria, il vecchio pozzo di pietra.
Il pozzo stava lì, fuori casa e, appoggiato alla secolare e consumata pietra, stava l’antico secchio di ferro duramente provato dalle tante ammaccature, agganciato alla lunga catena che gli consentiva lo svolgere il suo prezioso servizio. L’acqua, finalmente portata in casa, veniva gelosamente custodita sopra l’antica pietra del “secquaio” dove la si poteva attingere con il grande mescolo, spesso agganciato alla catenella.
In casa intanto ci si adoperava per il rito dell’accensione del fuoco, nel camino o nelle vecchie stufe. Li terminava, dopo un lungo viaggio, il percorso di trasformazione di ciò che era un albero! Quanta fatica per avere quel ceppo di legno!
Oggi chiamano "filiera" tutto il processo di trasformazione. Un tempo era semplicemente ordinaria attività per tutti. Il taglio nel bosco, la pulizia della pianta, il tronco tagliato in lunghi pezzi, il trasporto a casa, il segare i tronchetti, spaccarla con la mannaia e infine … l’accatastamento! Impresa quest’ultima che richiedeva una particolare professionalità. E, finalmente, dopo il lungo tempo di riposo ed essicazione, la legna era pronta per trasformarsi in … fuoco.
Acqua e fuoco, preziosi elementi vitali per la vita di ogni giorno, erano garantiti dalla fatica del quotidiano, esenti dai moderni e, spesso pesanti, bollettini postali o RID bancari.
Mentre scrivo, guardo alle lampade del soffitto per vedere se l’energia è tornata. Nulla! Sento ancora il rumore del gruppo elettrogeno che garantisce il minimo uso e penso alla modernità dei giorni.
Quanto ci è stato regalato dalla crescita scientifica e dalla tecnologia! Quante immense possibilità abbiamo. Quanto ci è stata semplificata la vita. Eppure, tra tante possibilità è sufficiente un semplice guasto per ritrovarti impotente e prigioniero … a casa tua!
Ci dicono che il tempo di crisi che stiamo vivendo, prima o poi, ci metterà di fronte alla fragilità della potenza tecnologica ed economica che abbiamo raggiunto. Come tutti i giganti, anche il nostro opulento occidente, ha il suo “tallone d’Achille”. Ma questa si sa è la classica scoperta dell’acqua calda.
Qualcuno dice anche che la crisi è stata indotta, creata per riformulare un nuovo ordine economico e politico mondiale. Un sofisticato intrigo per cambiare il corso della storia. Ancora una volta si sente parlare, sempre sottovoce, di qualche regia occulta che manovra le sorti dell’umanità.
Non faccio fatica a pensarlo. Tutto può essere. Del resto chi si ricorda più dell’Aviaria di qualche anno fa? Virus misteriosamente diffuso in tutto il mondo che ha portato all’abbattimento di tutti i pollami di ogni angolo della terra. Poi si è scoperto che uno dei "potenti" del mondo (qui non dico di chi si tratta) ha rimpiazzato i mercati mondiali con gli animali dei suoi innumerevoli allevamenti.
Sono giustificato nel sospettare che qualcuno ci sta “usando”? Non penso a chi ha staccato l’energia elettrica stamattina, ma chi ci ha tolto ben altri preziosi “rubinetti”.
“Si salverà chi avrà un piccolo orto”, dice qualcuno. Io aggiungo, “si, ma bisogna saperlo anche lavorare” e forse il sapore della vita di un tempo, non ci appartiene proprio più.
Se è vero comunque che ogni crisi è benefica, ben venga questo Natale! Forse quest’anno più di altri possiamo capire e riscoprire … l’acqua e il fuoco.
Che "energia" riceveremo? ... semplicemente elettrica?
17 dicembre 2011
Sacrifici, segnali d’amore
Per accompagnarci nella riflessione di questi ultimi giorni di Avvento, propongo un articolo di fratel Enzo Bianchi pubblicato su La
stampa dell'11 dicembre 2011... a voi i commenti ...
Sacrifici,
segnali d’amore
Da anni, su
queste colonne mi è parso doveroso e responsabile denunciare l’imbarbarimento e
la crisi verso la quale andava la nostra società, dapprima a piccoli, poi a
grandi passi.
Nel frattempo è sopraggiunta la “crisi” economica – prima
sottovalutata, poi tenuta nascosta o negata, infine esplosa in tutta la sua
pesantezza – che però si è scoperta essere anche crisi etica, culturale. Il
salmo 49, con la sua sapienza accumulata nei secoli, sottolinea come “l’uomo
nel benessere non capisce, è come un animale...”.
Solo ora, ci
stiamo incamminando verso la presa di coscienza che non è più possibile
proseguire sulla strada percorsa nell’ultimo ventennio, che la mancanza di
eguaglianza e di giustizia rende la nostra vita – che resta sempre “vita
comune”, non foss’altro perché vissuta su una stessa terra – più difficile,
meno sicura, più conflittuale, più barbara. Ci stiamo rendendo conto che il
vivere con il mito idolatrico del “tutto
e subito”, del “tutto ciò che è tecnicamente possibile va fatto” non ci
garantisce un futuro buono, che il pensare solo all’oggi, solo a noi stessi
come individui impoverisce la terra
e fa aumentare il deserto, ci rende incapaci di lasciare alle nuove generazioni
una “eredità” nel vero e nobile senso del termine.
Tuttavia oggi
ci sembra di poter dire con convinzione, anche se senza alzare la voce, che si
intravedono segni di speranza. Una
speranza sostenuta da nuovi governanti che danno segni di voler essere
“politici” nel vero senso della parola: uomini e donne al servizio della polis, della società con lo stile di
chi, consapevole della sua responsabilità, non ostenta, non vuole apparire e
cerca di parlare con parresia, con franchezza e sincerità, perseguendo il bene
comune.
È in questo
contesto che, nella comunicazione viva e fatta con tutta la sua persona da
parte del ministro del Lavoro, abbiamo colto la verità della parola “sacrificio”: una commozione che ben ne
ha mostrato la fatica, il costo, la necessità e la verità. Da tempo, per lo
meno nel mondo occidentale, “sacrificio” non ha più l’accezione legata alla sua
etimologia di impronta religiosa: “sacrum
facere”, “rendere sacro” un oggetto o una realtà spostandola dalla
dimensione profana a quella appartenente al divino attraverso un rito o un
insieme di gesti che arrivavano fino all’offerta – “sacrificale”, appunto – di
una vittima per ingraziarsi gli dèi o placarne l’ira. Il “capro espiatorio”,
così finemente analizzato anche nella sua dimensione fondativa di una cultura,
ha lasciato il posto a “sacrifici” meno cruenti ma più quotidiani, legati
comunque alla faticosa ricerca di una vita “migliore”.
Così la mia
generazione, cresciuta in un’epoca ancora di cristianità, è stata educata
umanamente e cristianamente a “fare sacrifici”: privarci di alcune cose,
rinunciare ad altre, accontentarci di quello che c’era... Del resto, negli anni
dell’immediato dopoguerra, in cui molti vivevano in condizione di fame e
miseria, “fare sacrifici” per molti non era un’opzione, ma la condizione
toccata loro in sorte. Ma quell’invito ossessionante alla privazione, sovente
svuotato di ogni motivazione e slegato dalla possibilità di vederne i frutti,
creò di fatto una reazione di rigetto: nessuno
volle più sentir parlare di sacrifici, né tanto meno continuare a farli,
soprattutto nell’ora del boom economico.
In questo
senso la mia generazione ha una
responsabilità nella mancata trasmissione alle generazioni successive del
valore del sacrificio. E oggi, incapaci come siamo stati di comunicare la
valenza umanizzante dello sforzo e della rinuncia, ci ritroviamo tutti in una
cultura impossibilitata a intravedere un orizzonte di bene comune e di
speranza, abbiamo assistito al rarefarsi di persone pronte a dedicare tempo,
mezzi, energie, beni per una maggiore umanizzazione, per la crescita di una
convivenza pacifica, per l’affermazione di valori e principi degni dell’uomo o,
ancor più semplicemente, per preparare un futuro migliore per i propri figli.
Mancanza davvero grave, perché il
sacrificio è una co sa seria:
significa privarsi di un bene, astenersi da una possibilità in vista di un bene
più grande che, se è tale, riguarda tutti, concerne la communitas e non il mio interesse personale. Spendere le proprie
energie, fino al gesto estremo di sacrificare la vita stessa è possibile e doveroso
se con quel sacrificio si ottiene giustizia, pace, libertà: quanti uomini e
donne nella storia hanno sacrificato tempo, risorse, affetti per la
realizzazione di ideali e per sconfiggere l’ingiustizia a beneficio di tutti.
Ma riscoprire il significato fecondo del
sacrificio richiede un discernimento su azioni e comportamenti che da tempo
abbiamo rinunciato a esercitare, assumendo senza alcuna criticità quello che il
consumo, il mercato e la propaganda ci presentavano come stile di vita
“normale”.
Così non
sappiamo più distinguere tra necessario
e superfluo, né riusciamo a mettere ordine nel nostro universo mentale e
comportamentale tra bisogni, desideri,
voglie, sogni e capricci. Si è come smarrita
ogni scala di priorità: tutto pare sullo stesso piano, perché tutto attiene
in positivo o in negativo al suo impatto sulle nostre sensazioni immediate. Noi
abbiamo smarrito il senso della communitas
tra contemporanei come di quella che ci lega con responsabilità alle
generazioni future: vogliamo leggere, definire, vivere e consumare il nostro
orizzonte limitandolo a un “io” narcisistico e prepotente o a un “noi”
ristretto e fissato dal nostro vantaggio e non dalla realtà della polis.
Credo che questo smarrimento
culturale ed etico abbia profondamente a che fare con l’affievolirsi del
“senso” attribuibile ai “sacrifici”: se non ci sono principi condivisi, se non
c’è un fine superiore alla momentanea soddisfazione personale, se non si
percepisce alcun legame tra generazioni né responsabilità verso il futuro della
collettività, sarà ben difficile rinunciare spontaneamente a qualcosa o aderire
con convinzione a una rinuncia imposta dalle circostanze avverse. Se manca un
orizzonte condiviso, se ogni atteggiamento è eticamente indifferente, se
pretendiamo come diritto tutto ciò che è tecnicamente o economicamente
possibile, allora ci troveremo impotenti di fronte a ogni avversità, le
subiremo come catastrofi ineluttabili e cercheremo di sottrarci ad esse senza
gli altri o addirittura contro di loro. Il sacrificio amputato della
solidarietà, la rinuncia svuotata della speranza, il prezzo da pagare
dissociato dal valore del bene da acquisire diventano insopportabili: nella communitas, infatti, il sacrificio è
il debito che io liberamente assumo verso l’altro, altrimenti la communitas stessa cessa di esistere.
Solo un ideale altro e alto, la speranza di
contribuire a un mondo migliore di quello che abbiamo conosciuto, la
preoccupazione per il benessere di chi verrà dopo di noi, la solidarietà con
chi, vicino o lontano da noi, non può accedere a beni essenziali che noi non ci
rendiamo nemmeno più conto di possedere può spingerci non solo ad accettare i
sacrifici ma ad affrontarli con consapevolezza e convinzione: quanti tra coloro
che ci hanno preceduto avrebbero affrontato le difficoltà della vita se non
avessero sperato di offrirci una condizione migliore? Perché il risultato del
sacrificio non è il poterne fare finalmente a meno, bensì l’affermare con la
propria vita quotidiana che un altro mondo è possibile, che l’uomo non è nemico
dell’uomo e che vi sono principi di equità, di giustizia, di pace, di
solidarietà che vale la pena vivere a qualunque prezzo: in fondo, il valore di
ogni nostro desiderio è il prezzo che siamo disposti a pagare per raggiungerlo.
Davvero il sacrificio è iscritto nell’amore,
perché nelle storie d’amore sempre accade che per il bene dell’altro io devo
rinunciare a qualcosa che è solo a mio vantaggio, secondo il mio desiderio o
capriccio. Allora, anche se il nostro
faticoso lavorare il campo della vita non dovesse essere coronato dai frutti,
ci resterà almeno la soddisfazione di aver dissodato il terreno perché altri,
cui siamo legati dalla comune umanità, potranno trovarvi nutrimento e gioia.
Enzo Bianchi
15 dicembre 2011
Mi ha colpito molto la notizia e più ancora il commento di cammilleri, volentieri condivido con gli amici del blog... (fonte: http://www.labussolaquotidiana.it)
La scuola italiana? N'apocalisse...
Il fatto è questo: in ottobre una maestra con trent’anni di esperienza si è vista sollevare dall’incarico perché durante una lezione avrebbe turbato una bambina di prima elementare. È successo a Bologna (Il Resto del Carlino, 26 novembre 2011). La maestra in questione, insegnando religione cattolica, ha parlato del brano dell’Apocalisse in cui si tratta della caduta degli angeli ribelli e della punizione dei malvagi. E ha illustrato il tutto mostrando foto dei quadri di Guido Reni [nella foto], il famoso pittore seicentesco. Una bimba si è spaventata e l’ha detto alla mamma, la quale ha fatto un esposto al responsabile del circolo didattico competente.
Questo ha informato la Curia, e la maestra è stata sostituita. Ma lei non ci sta. Al suo fianco sono scesi i genitori degli altri bambini e perfino il deputato Fabio Garagnani (Pdl). La maestra sospesa ha informato perfino il Papa con lettera il 2 dicembre e dalla Segreteria di Stato vaticana (scrive Blitz Quotidiano, online, l’11 dicembre) le è stato risposto molto paternamente, con tanto di benedizione apostolica. Il che ha almeno rinfrancato la ricorrente, il cui cattolicesimo è stato rassicurato per quanto riguarda l’ortodossia (in tal senso, intervistata, avrebbe deposto). La cosa non finirà qui, anche perché il deputato di cui sopra intende dare battaglia. In effetti è una questione di principio.
Ora, solo gli interessati, come sempre in casi del genere, conoscono i dettagli della questione, nel cui merito non ci sentiamo di entrare. Sì, perché le cose della vita sono sempre più complicate di quel che i giornali riportano (tempus fugit e lo spazio è tiranno: ai giornalisti interessa solo "la notizia"). Può darsi che ci siano retroscena umani che non conosciamo (che so, invidie, ripicche tra colleghi, caratteri più o meno difficili, sensibilità più o meno marcate…). Può anche darsi che la maestra in questione abbia davvero esagerato. E può perfino darsi che ci siano di mezzo nuance laiciste, come sembrerebbe sostenere il deputato (dato il luogo in cui è avvenuto il fatto, Bologna, non ci stupirebbe).
Ma questa storia della povera bambina impressionabile ci lascia un po’ perplessi. Non c’è sera in cui l’annunciatrice televisiva non ci avvisi che il «programma è adatto a un pubblico adulto». E non è possibile che genitori normali riescano tutte le sante sere a cambiare in tempo canale. Per andare dove, poi? Da Fiorello che fa réclame ai preservativi senza che l’annunciatrice abbia preavvertito? E poi, Harry Potter e i vampiri di Twilight hanno forse il bollino rosso? Il pargolo odierno viene incoraggiato all’uso del computer e di internet, perché è bene che impari fin da piccolo. Cioè, si immette il cucciolo implume nella jungla e non di rado lo si lascia lì da solo, perché i genitori lavorano. Meglio le fiabe. Sì, in esse ci sono gli orchi che mangiano i bambini, le streghe che offrono mele avvelenate, i lupi che sbranano gli innocenti. Nemmeno i draghi di Christopher Paolini o di Licia Troisi sono zucchero filato senza calorie. Evidentemente la Madonna nel 1917 non aveva frequentato le scuole magistrali, altrimenti non avrebbe mostrato a tre pastorelli portoghesi (tutti minori) nientemeno che l’Inferno e le anime dannate. La maestra di Bologna ha illustrato una lezione che, in sé, ci pare lodevole: i cattivi sono sempre puniti, perché esiste un Aldilà di giustizia. Ci sembra una buona lezione. Specialmente per i bambini.
La scuola italiana? N'apocalisse...
di Rino Cammilleri
14-12-2011
Il fatto è questo: in ottobre una maestra con trent’anni di esperienza si è vista sollevare dall’incarico perché durante una lezione avrebbe turbato una bambina di prima elementare. È successo a Bologna (Il Resto del Carlino, 26 novembre 2011). La maestra in questione, insegnando religione cattolica, ha parlato del brano dell’Apocalisse in cui si tratta della caduta degli angeli ribelli e della punizione dei malvagi. E ha illustrato il tutto mostrando foto dei quadri di Guido Reni [nella foto], il famoso pittore seicentesco. Una bimba si è spaventata e l’ha detto alla mamma, la quale ha fatto un esposto al responsabile del circolo didattico competente.Questo ha informato la Curia, e la maestra è stata sostituita. Ma lei non ci sta. Al suo fianco sono scesi i genitori degli altri bambini e perfino il deputato Fabio Garagnani (Pdl). La maestra sospesa ha informato perfino il Papa con lettera il 2 dicembre e dalla Segreteria di Stato vaticana (scrive Blitz Quotidiano, online, l’11 dicembre) le è stato risposto molto paternamente, con tanto di benedizione apostolica. Il che ha almeno rinfrancato la ricorrente, il cui cattolicesimo è stato rassicurato per quanto riguarda l’ortodossia (in tal senso, intervistata, avrebbe deposto). La cosa non finirà qui, anche perché il deputato di cui sopra intende dare battaglia. In effetti è una questione di principio.
Ora, solo gli interessati, come sempre in casi del genere, conoscono i dettagli della questione, nel cui merito non ci sentiamo di entrare. Sì, perché le cose della vita sono sempre più complicate di quel che i giornali riportano (tempus fugit e lo spazio è tiranno: ai giornalisti interessa solo "la notizia"). Può darsi che ci siano retroscena umani che non conosciamo (che so, invidie, ripicche tra colleghi, caratteri più o meno difficili, sensibilità più o meno marcate…). Può anche darsi che la maestra in questione abbia davvero esagerato. E può perfino darsi che ci siano di mezzo nuance laiciste, come sembrerebbe sostenere il deputato (dato il luogo in cui è avvenuto il fatto, Bologna, non ci stupirebbe).
Ma questa storia della povera bambina impressionabile ci lascia un po’ perplessi. Non c’è sera in cui l’annunciatrice televisiva non ci avvisi che il «programma è adatto a un pubblico adulto». E non è possibile che genitori normali riescano tutte le sante sere a cambiare in tempo canale. Per andare dove, poi? Da Fiorello che fa réclame ai preservativi senza che l’annunciatrice abbia preavvertito? E poi, Harry Potter e i vampiri di Twilight hanno forse il bollino rosso? Il pargolo odierno viene incoraggiato all’uso del computer e di internet, perché è bene che impari fin da piccolo. Cioè, si immette il cucciolo implume nella jungla e non di rado lo si lascia lì da solo, perché i genitori lavorano. Meglio le fiabe. Sì, in esse ci sono gli orchi che mangiano i bambini, le streghe che offrono mele avvelenate, i lupi che sbranano gli innocenti. Nemmeno i draghi di Christopher Paolini o di Licia Troisi sono zucchero filato senza calorie. Evidentemente la Madonna nel 1917 non aveva frequentato le scuole magistrali, altrimenti non avrebbe mostrato a tre pastorelli portoghesi (tutti minori) nientemeno che l’Inferno e le anime dannate. La maestra di Bologna ha illustrato una lezione che, in sé, ci pare lodevole: i cattivi sono sempre puniti, perché esiste un Aldilà di giustizia. Ci sembra una buona lezione. Specialmente per i bambini.
LO "SCHOK" DI MARIA - 4° DOMENICA DI AVVENTO
Come contributo per vivere l'ultima settimana di avvento, ripropongo una riflessione scritta un anno fa, come mi è stato richiesto da alcuni gentili lettori del blog.
LO “SHOCK” DI MARIA
Un’improvvisa chiamata interruppe la tranquilla passeggiata serale. Appena letto il “messaggio” un brivido s’impadronì del suo corpo: “Ti devo parlare, vieni da me. Dio”.
Di corsa si precipitò dal “capo”, come bonariamente chiamavano Dio, nei cortili del cielo.
Di corsa si precipitò dal “capo”, come bonariamente chiamavano Dio, nei cortili del cielo.
“Ho una missione importante per te: domani alle quindici andrai a Nazareth e …”, poi non capì più nulla!
Mentre rientrava nei suoi passi, l’Arcangelo Gabriele pensava all’ordine impartito da Dio. La notte fu tormentata dal mix di pensieri ed emozioni. Si chiese ripetutamente “perché proprio io?”. Tra l’orgoglio di essere il prescelto e l’emozione di così grande missione, si consumò il tempo della notte per far posto al nuovo giorno. E che giorno!
Più tardi, una convenzione umana, avrebbe stabilito che si trattasse del 25 marzo. Giorno solenne. Giorno di gioia. Giorno gravido di semi del più grande sconvolgimento storico!
Gabriele, all’ora stabilita, raggiunge la meta e si presenta a Nazareth, villaggio di cui non aveva mai avuto conoscenza.
Lei stava lì, tranquilla, dedita ai lavori di casa più delicati, quelli che non impediscono alla mente di navigare. Maria, rapita dai pensieri, immaginava la sua vita. Pensava al suo oggi e al suo domani.
Lei stava lì, tranquilla, dedita ai lavori di casa più delicati, quelli che non impediscono alla mente di navigare. Maria, rapita dai pensieri, immaginava la sua vita. Pensava al suo oggi e al suo domani.
Oggi si direbbe di lei che era un adolescente. Al tempo, era donna da marito e lei già sapeva che il suo uomo sarebbe stato Giuseppe.
Giuseppe che nella stesura greca del vangelo di Matteo è il “téktón”, un titolo generico che veniva usato per operatori impegnati in attività economiche legate all'edilizia. Non si limitava quindi ai semplici lavori di un falegname ma esercitava piuttosto un mestiere usando materiale pesante che manteneva la durezza anche durante la lavorazione, come il legno o la pietra. Accanto alla traduzione di téktón inteso come carpentiere, alcuni hanno voluto accostare quella di scalpellino.
Lo scalpellino e il carpentiere sanno trasformare la materia. Da un tronco o da una pietra possono uscire forme angeliche piuttosto che travi di sostegno.
Pialla o scalpello che, colpo dopo colpo, trasformano l’immaginario in realtà.
Giuseppe è questo: artista e costruttore. Fantasioso e preciso. Gioioso e responsabile.
Pialla o scalpello che, colpo dopo colpo, trasformano l’immaginario in realtà.
Giuseppe è questo: artista e costruttore. Fantasioso e preciso. Gioioso e responsabile.
Maria sicuramente immaginava come sarebbe stata la sua vita accanto a quell’uomo, magari un po’ schivo, sicuramente buono, certamente timorato di Dio proprio come lei.
Un’irruzione improvvisa blocca i pensieri di Maria!
Il sangue è come gelato. Lo stomaco s’irrigidisce. Tremore e stupore prendono il sopravvento.
Come stabilito, il “messaggero di Dio” è davanti a lei. È Dio che entra nella storia.
Il sangue è come gelato. Lo stomaco s’irrigidisce. Tremore e stupore prendono il sopravvento.
Come stabilito, il “messaggero di Dio” è davanti a lei. È Dio che entra nella storia.
Lei, sbigottita eppur curiosa, sperimenta che realmente Dio parla al suo popolo.
Ieri, oggi e sempre, Dio pone degli angeli nel cammino degli uomini.
Ogni giorno ha qualcosa da dire.
Mah, ahinoi, non sempre le cose vanno bene.
Povera distrazione degli uomini, incapaci di intercettare i messaggi, troppo spesso … rinviati al mittente!
Poveri “angeli”, mortificati nel non essere riconosciuti dai molti, che se ne ritornano a casa … con le ali basse.
Ogni giorno ha qualcosa da dire.
Mah, ahinoi, non sempre le cose vanno bene.
Povera distrazione degli uomini, incapaci di intercettare i messaggi, troppo spesso … rinviati al mittente!
Poveri “angeli”, mortificati nel non essere riconosciuti dai molti, che se ne ritornano a casa … con le ali basse.
Gabriele entrò da lei. Entrò in lei, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita…
“…disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te».
“…disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te».
A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto.
L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo».
Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo.
Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. [...]
Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. [...]
Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto».
E l'angelo partì da lei.” (Lc 1, 28b-38)
Maria rimane lì, stordita eppur cosciente, sconvolta eppur serena. Ora i suoi pensieri cambiano direzione. Ha bisogno di capire cos’è successo, avverte comunque come un albore del cuore che le svela una luce nuova.
Maria e un bambino-Dio che sta per prendere forma in lei. Il suo corpo diventa lo scrigno prezioso della presenza di Dio: il primo tabernacolo, il primo ostensorio della storia.
Maria pensa subito al suo Giuseppe: “e ora che ne sarà di noi?”.
12 dicembre 2011
LA "GUADALUPANA", OGGI IN MESSICO ...E NON SOLO
Nostra Signora di Guadalupe è l'appellativo con cui iccattolic venerano Maria in seguito a una presunta apparizione che sarebbe avvenuta in Messico nel 1531.
Secondo il racconto tradizionale, Maria sarebbe apparsa a Juan Diego Cuauhtlatoatzin, un azteco convertito al cristianesimo, sulla collina del Tepeyac a nord di Città del Messico, più volte tra il 9 e il 12 dicembre 1531. Il nome Guadalupe sarebbe stato dettato da Maria stessa a Juan Diego: alcuni hanno ipotizzato che sia la trascrizione in spagnolo dell'espressione azteca Coatlaxopeuh, "colei che schiaccia il serpente" (cfr. Gn 3,14-15).A memoria dell'apparizione, sul luogo fu subito eretta una cappella, sostituita dapprima nel 1557 da un'altra cappella più grande, e poi da un vero e proprio santuario consacrato nel 1622. Infine nel 1674 è stata inaugurata l'attuale Basilica di Nostra Siugnora di Guadalupe.
Nel santuario è conservato il mantello (tilmàtli) di Juan Diego, sul quale è raffigurata l'immagine di Maria, ritratta come una giovane indiana: per la sua pelle scura ella è chiamata dai fedeli Virgen morenita ("Vergine meticcia"). Nel 1921 Luciano Pèrez, un attentatore inviato dal governo, nascose una bomba in un mazzo di fiori posti ai piedi dell'altare; l'esplosione danneggiò la basilica, ma il mantello ed il vetro che lo proteggeva rimasero intatti.
L'apparizione di Guadalupe è stata riconosciuta dalla Chiesa cattolica e Juan Diego è stato proclamato santo da papa Giovanni Paolo II il 31 luglio 2002. Secondo la dottrina cattolica queste apparizioni appartengono alla categoria delle rivelazioni private.
La Madonna di Guadalupe è venerata dai cattolici come patrona e regina del continente americano. La sua festa si celbrea il 12 dicembre, giorno dell'ultima apparizione. In Messico il 12 dicembre è festa di precetto.
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