HO TROVATO IN INTERNET QUESTA SORTA ATTUALE DI PARAFRASI DEL VANGELO GIA' COMMENTATO... MI FA PIACERE CONDIVIDERLO CON VOI ... eventualmente, commentate
Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Quello che ne aveva ricevuti due, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, lo sperperò al gioco e con le donne.
Dopo molto tempo venne a trovarli il ministro dell’Economia, il quale chiese a ciascuno di essi: “quanto possiedi, e quanto hai guadagnato, figliuolo?”. Il primo servo disse: “possiedo un capitale di cinque talenti e nel corrente anno fiscale ho prodotto un reddito di altri cinque”. Il secondo servo disse: “possiedo un capitale di due talenti ma non ho avuto alcun reddito, per cui chiedo di essere ammesso ai benefici del welfare state”. Il terzo servo disse: “sono incapiente e non ho reddito, per cui chiedo di essere ammesso ai benefici del welfare state”.
Il ministro dell’Economia, raccolti i dati di cui aveva bisogno, tornò nella capitale e fece i suoi conti. Il servo coi cinque talenti aveva un reddito molto alto, ragion per cui ricevette di lì a poco una cartella esattoriale secondo cui egli doveva applicare l’aliquota marginale del 43 per cento, ossia doveva versare all’erario la somma di talenti 2,15. Al servo con un modesto patrimonio ma nessun reddito venne accreditato un salario minino di 1 talento, e al servo senza reddito nè patrimonio venne riconosciuto il massimo sostegno possibile del valore di 1,5 talenti.
A quel punto il ministro dell’Economia, soddisfatto di aver perseguito il massimo bene per il maggior numero di persone, trasse i bilanci e si rese conto che le spese, pari a 2,5 talenti, superavano le entrate, pari a 2,15 talenti. Esclamò: “questo disavanzo primario mi turba!”. E ancor più lo turbò apprendere che lo stock di debito pubblico, pari a 6 talenti ossia al 120 per cento del prodotto interno lordo, produceva un ulteriore aggravio di 0,3 talenti per il pagamento degli interessi passivi, che – date le precarie condizioni del paese – avevano un tasso medio del 5 per cento.
Allora il ministro dell’Economia tornò dai servi e tenne un accorato discorso: “servi – disse – il vostro sostentamento non è più possibile, poiché le attuali entrate fiscali di 2,15 talenti non sono sufficienti a compensare una spesa di 2,8 talenti. Per di più siamo a un tornante della storia: la speculazione internazionale ha aggredito il nostro debito pubblico, obbligandoci a rispettare decisioni prese da altri. E tuttavia, a fronte di un grande debito pubblico, nel nostro paese vià un grande risparmio privato. E’ giunto il momento in cui le linee rette diventano curve, e le curve si rettificano: per questo ho deciso di imporre un’imposta patrimoniale per dimezzare il debito pubblico. L’imposta dovrà fruttarmi almeno 3 talenti. Ciascuno di voi dovrà quindi pagarmi mediamente un talento”.
Disse il servo senza patrimonio né reddito: “signor ministro, la sua proposta è doverosa e giusta. C’è però un problema: il mio reddito, garantito dallo stato, è pari a 1,5 talenti, se dovessi pagare un tributo di un talento guadagnerei solo 0,5 talenti, al di sotto della soglia di povertà”. Disse il servo con un modesto patrimonio e un basso reddito: “signor ministro, la sua proposta è del tutto ragionevole, ma io ho un reddito di un solo talento: se dovessi pagare un tributo di un talento, per sopravvivere dovrei intaccare il mio risparmio privato, rendendo così il debito pubblico non più garantito”. Disse il servo più ricco: “signor ministro, io ho già dato il mio contributo a risanare il bilancio pubblico: ho infatti pagato 2,15 talenti all’erario, poco meno di quanto rimane a me. Come può chiedermi di contribuire ancora?”. “E tuttavia – s’intromise il servo povero – non possiamo ignorare la grave piaga che affligge la nostra società: la disuguaglianza. Infatti, un terzo della popolazione ha un reddito superiore alla somma degli altri due terzi, e possiede il 70 per cento delle ricchezze”. Avendo ascoltato tutti, il ministro dell’Economia disse: “ho preso la mia decisione. Servo povero, tu vivi già nell’indigenza e non posso gravarti ulteriormente. Ceto medio, tu rappresenti la mia base elettorale e troppe volte hai pagato per garantire gli agi e i vizi delle classi più agiate. Servo ricco: i tuoi argomenti non mi convincono. Contrastano infatti col più basilare principio dell’equità fiscale, secondo cui i soldi bisogna prenderli da chi li ha, perché chi non li ha, non li ha; e contrastano anche coi tuoi obblighi di solidarietà sociale, per cui chi lavora deve mantenere chi non lavora. Infine, mi permetto di farti notare che la stragrande maggioranza del popolo supporta la mia proposta, che coincide nell’imporre una patrimoniale straordinaria sul terzo più ricco della popolazione. Quindi, se tu ti opponi sarai considerato un nemico della democrazia e condannato ai lavori forzati”. Soddisfatto, il ministro se ne andò.
Di lì a poco, il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto un talento, ne presentò 1,5, dicendo: “Signore, mi hai consegnato un solo talento; ecco, ne ho guadagnato un altro mezzo”. “Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnato un altro, e un rendimento del 50 per cento in tempo di crisi non è poco”. “Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Venuto infine colui che aveva ricevuto cinque talenti, disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; ebbene, io misi a frutto i cinque talenti che mi hai dato, e ne ho guadagnati altri cinque. Poi però, tra tassazione ordinaria e straordinaria, ho dovuto pagare 5,15 talenti, per cui te ne restituisco solo 4,85”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto investire il mio denaro e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse; invece tu solo, che eri il mio prediletto, hai estratto un rendimento negativo dal mio capitale. Toglietegli dunque i talenti che gli restano, e dateli a chi ha fatto fruttare ciò che aveva ricevuto. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
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